Parafrasi del Canto 19 (XIX) del poema Orlando Furioso - Seconda parte dell’episodio di Cloridano e Medoro. I due saraceni vengono sorpresi da un gruppo di cavalieri guidati da Zerbino. Cloridano rimane ucciso mentre Medoro viene ferito gravemente. Viene quindi raccontato il successivo incontro tra Angelica e Medoro. La ragazza si innamora perdutamente del giovane pagano ferito, lo cura, lo sposa e decide infine di portarlo con sé nel suo regno in Oriente. Sono le nozze di Angelica e Medoro.

1
Nessuno può sapere da chi è amato,
quando, felice, siede alla sommità della ruota della fortuna,
avendo i veri ed i finti amici a suo fianco,
che mostrano tutti la stessa fedeltà.
Se poi la lieta condizione si trasforma in triste,
la schiera di persone che ti adula ti volta le spalle,
colui che invece ama con tutto il cuore rimarrà saldo,
ed amerà il suo signore anche dopo morto.

2
Se si potesse mostrare il proprio cuore, così come si mostra il viso,
colui che nella corte è superiore e gli altri opprime,
e colui che invece è poco gradito dal suo signore,
la loro sorte dovrebbero scambiarsi.
L’umile diverrebbe subito il superiore:
starebbe invece quell’altro tra i cortigiani di più basso livello.
Ma torniamo da Medoro, fedele e riconoscente,
che ha amato il suo signore sia nella vita che nella morte.

3
Andava allora cercando nei sentieri più intricati
di salvarsi, giovane infelice;
ma il pesante carico che aveva sulle spalle,
rendeva vani tutti i suoi tentativi.
Non conosce quei luoghi, e la via sbaglia,
tornando ad avvolgersi nei rovi.
Lontano da lui si era invece messo al sicuro
Cloridano, avendo la spalla più leggera, senza pesi da sostenere.

4
Cloridano si è rifugiato in un luogo da quale non può sentire
il rumore egli schiamazzi di chi è al suo inseguimento:
ma quando si accorge che Medoro non è più con lui, è lontano da lui,
gli sembra si avere lasciato indietro il proprio cuore.
Diceva a sé stesso: “Deh, come sono stato tanto negligente,
deh, come ho perso il controllo di me stesso,
che mi sono travotato ad essere senza di te, Medoro, qui,
senza neppure sapere quando e dove ti ho lasciato!”

5
Così dicendo, si ributta nell’attorcigliato sentiero
di quell’intricata selva;
riavviandosi verso il punto da dove era venuto,
e torna sulle tracce che condurranno alla sua morte.
Sente continuamente il rumore dei cavalli, le urla dei cavalieri,
ed i nemici che pronunciano minacce:
infine sente il suo Medoro, e lo vede,
tra molti altri a cavallo, unico a piedi.

6
Ce ne sono cento a cavallo e sono tutti intorno a lui:
Zerbino comanda i cavalieri e grida loro l’ordine di catturarlo.
L’infelice Medoro si aggira come un tornio,
tenendosi quanto può cerca di difendersi da loro,
ora dietro una quercia, ora un olmo,ora un faggio ed ora un ornello,
senza mai separarsi dal caro peso che porta sulle spalle.
Alla fine lo posa nuovamente sull’erba, quando
non può più reggerne il peso, e gli gira intorno, vagando senza meta:

7
come un orsa, che il cacciatore di montagna
abbia sorpreso nella sua tana di pietra,
si pone con animo combattuto sopra i propri figli, e si agita con frastuono
tra l’amore per i cuccioli e la ferocia per il cacciatore:
spinta dall’ira e dal suo furore innato
a tirar fuori le unghie ed a voler insanguinare le labbra;
l’amore la intenerisce e la fa indietreggiare,
nel mezzo dell’ira, per guardare con attenzione ai propri figli.

8
Cloridano, che non sa come poter essere d’aiuto a Medoro,
e che vuole essere al suo fianco anche nella morte,
ma non vuole che il suo vivere sia trasformato in morte
prima di aver trovato il modo di uccidere più di un nemico:
pone nell’arco una delle sue frecce acuminate,
e, rimanendo nascosto, fa con quell’arma un lavoro tanto buono,
che trapassa le cervella ad un nemico Scozzese,
e lo fa quindi cadere morto da cavallo.

9
Tutti gli altri volgono lo sguardo da quella parte
dalla quale era arrivato il dardo omicida.
Il saraceno intanto ne lancia un altro,
per uccidere un secondo nemico, quello a lato del primo caduto morto;
e mentre costui in tutta fretta domanda in giro
chi abbia tirato con l’arco, gridando forte,
arriva la freccia e gli trapassa la gola,
e la parola gli interrompe a metà.

10
Ora Zerbino, che era il loro capitano,
non poté a quel punto avere più pazienza.
Con ira e con furore si avvicinò a Medoro,
dicendo: “Ne pagherai tu le conseguenze.”
Allungò la mano afferrando la sua bionda chioma
e lo trascinò a sé con violenza:
ma non appena pose i propri occhi su quel bel volto,
non poté fare a meno di provare pietà per lui, e non lo uccise.

11
Il giovane ragazzo ricorse alle preghiere,
e disse: “Cavaliere, in nome del tuo Dio,
non essere tanto crudele da impedire
che io possa dare degna sepoltura al corpo del mio re.
Non voglio che nessun altra pietà nei miei confronti pieghi la tua volontà,
né voglio che tu possa pensare che abbia solo il desiderio di poter vivere:
ho tanta cura della mia vita, niente di più,
quanta ne basta per poter dare sepoltura al mio signore.

12
E se vuoi invece vuoi nutrire fiere ed uccelli, lasciando il corpo insepolto,
perché vi è in te la collera del tebano Creonte, che impedì la sepoltura
dei nemici morti, fa banchettare loro con le mie membra, e quelle
del figliolo di Almonte lascia invece che vengano seppellite.”
Così si pronunciò Medoro con belle maniere,
e con parole adatte a smuovere anche una montagna;
ed aveva talmente commosso Zerbino,
che costui ormai ardeva tutto d’amore e di pietà.

13
Ma nel frattempo, un cavaliere maleducato,
dimostrando poco rispetto nei confronti del suo signore,
con una lancia impugnata al di sopra della spalla, ferì
il petto delicato del supplicante Medoro.
L’atto crudele e barbaro non piacque a Zerbino;
tanto più che, per il colpo ricevuto, vide cadere il giovane ragazzo
tanto smorto e con espressione tanto impaurita,
che credette che fosse morto.

14
E si indignò per l’atto e se ne addolorò in tale misura,
che disse: “Non rimarrà ora senza vendetta!”
e pieno di sdegno di rivolse
al cavaliere che aveva compiuto quell’atto malvagio:
ma costui agì d’anticipo, gli si tolse
da davanti in un attimo e fuggì via.
Cloridano, che vede ora Medoro giacere in terra,
salta fuori dal bosco per combattere allo scoperto.

15
Getta l’arco, e tutto pieno di rabbia
agita la propria spada in mezzo ai nemici,
più per trovare anch’esso la morte, che con l’intenzione di ottenere
una qualche vendetta che possa compensare la sua ira.
Vede la sabbia divenire rossa del proprio sangue,
tra tante spade nemiche, e si vede ormai in fin di vita;
vedendosi tolta ogni forza,
si lascia quindi cadere accanto al suo Medoro.

16
Gli scozzesi proseguono dove il loro comandante Zerbino
per la profonda selva, viene condotto dal suo nobile sdegno,
dopo che ha lasciato sul campo l’uno e l’altro moro,
uno completamente morto e l’altro con molta poca vita.
Giceva in terra già da molto tempo il giovane Medoro,
perdendo sangue dalla tanto profonda ferita,
che la sua vita, alla fine, avrebbe perduto,
se non fosse sopraggiunto chi gli poi gli diede aiuto.

17
Arrivò per caso dove lui si trovava una donzella,
avvolta in vestiti umili, da pastore,
ma di aspetto regale e con un bel viso,
di maniere nobili e convenientemente piene di decoro.
Da tanto tempo io non ne diedi più notizia,
ed a malapena dovreste quindi riuscire a riconoscerla:
quella ragazza, se non lo sapete, era Angelica,
superba figlia di Galafrone, re del Catai.

18
Dpo che rientrò in possesso del proprio anello magico,
del quale Brunello l’aveva privata derubandola,
la sua superbia ed il suo orgoglio crebbero in tale misura,
che tutto il mondo sembrava adesso avere a sdegno.
Va in giro da sola, e non si degnerebbe
di avere come compagno neanche il più famoso che ci fosse al mondo:
non si degna di ricordare di avere già
nominato a suo amante Orlando, o Sacripante.

19
E più di ogni altro sue errore, molto di più si era pentita
del bene che aveva voluto a Rinaldo,
ritenendo di essersi troppo avvilita,
e di aver indirizzato gli occhi per guardare così in basso.
L’Amore, avendo sentito ormai troppa arroganza,
non la volle tollerare più a lungo:
là dove giaceva Medoro, l’Amore si pose al varco
e l’aspettò, dopo avere posto una freccia nel suo arco.

20
Quando Angelica vide il giovane ragazzo
che ferito perdeva le forze, molto vicino alla morte,
e che per il suo re, che giaceva senza sepoltura,
si lamentava intensamente più che per il proprio di dolore;
una insolita pietà in mezzo al petto
si sentì entrare attraverso porte ormai non più in uso,
pietà che le rese tenero e molle il suo duro cuore,
e lo fece ancora di più quando lui le raccontò la sua storia.

21
E richiamando alla memoria l’arte
della medicina che aveva un tempo imparato in India
(poiché sembra che questa materia in quella parte della terra
venga considerata nobile, meritevole e di grande lode;
e senza molto studiare sui libri,
venga consegnata in eredità dal padre ai figli)
si preparò a lavorare con estratti di erbe,
in modo da destinarlo, salvandolo, a più lunga vita.

22
Si ricordò quindi che procedendo aveva
visto un’erba in un piacevole prato;
fosse stato dittamo o fosse stata panacea,
o non so quale possa essere stata, tanto ricca di potere medicinale,
che blocca la fuoriuscita di sangue, e della nociva piaga
toglie ogni contrazione dolorosa ed ogni pericoloso doloro.
La ritrovò non lontana da lì, e dopo averla colta,
ritorno indietro là dove aveva lasciato Medoro.

23
Lungo la strada del ritorno incontrò un pastore
che andava a cavallo attraverso il bosco,
cercando una giovane vacca, che già
da due giorni vagava fuori dalla mandria ed incostudita.
Lo condusse con se nel luogo dove Medoro perdeva le proprie forze
insieme al sangue che fuoriusciva dal suo petto;
e già aveva tanto macchiato il terreno con il suo sangue,
che era ormai prossimo a rimanerne senza.

24
Angelica scese dal proprio nobile cavallo,
e insieme fece anche scendere il pastore.
Pestò le erbe raccolte con dei sassi, quindi le raccolse
e ne ricavò il succo fra le sue bianche mani;
nella ferita ne versò parte, e sparse abbondantemente il resto
lungo il petto, lungo il ventre e fino alle anche:
e fu di tale efficacia questa sostanza liquida,
che fece cessare la fuoriuscita di sangue e ridonò vigore a Medoro;

25
e gli diede tale forza, da riuscire a salire
in groppa al cavallo che il pastore aveva lì condotto.
Non volle però Medoro partire da lì
prima che il suo signore, Dardinello, non fosse stato sepolto.
Insieme al re fece seppellire Cloridano;
quindi si lasciò condurre dove a lei piacque.
E lei, spinta dalla pietà, nella umile casa
del gentile pastore rimase con lui.

26
Né, finché non lo avesse fatto tornare in salute,
da lui voleva allontanarsi:  si interessò così tanto a lui,
fu tanto intenerita dalla pietà
che ebbe nei suoi confronti, dal momento che lo vide giacere in terra.
Osservati poi le sue buone maniere e la sua bellezza,
si sentì il cuore consumato da una lima nascosta;
sì senti il cuore consumare, ed a poco a poco
lo sentì tutto infiammato dal fuoco dell’Amore.

27
Il pastore viveva in una dimora molto bella e tranquilla,
nascosta in un bosco tra due monti,
con la propria moglie e con i figli; aveva
costruito la dimora poco tempo prima.
Lì, per opera della donzella, a Medoro
la ferità fu in breve fatta guarire:
ma, in un tempo ancora più breve, sentì lei una
ferita più grande nel proprio cuore.

28
Una ferita molto più larga e più profonda
sì sentì lei aperta in cuore da una freccia invisibile,
che dagli occhi belli e dalla chioma bionda
di Medoro scagliò l’alciere alato, Amore.
Si sente ardere, e sempre di più il fuoco aumenta in lei;
ed ha più cura del male di Medoro anziché del proprio:
non bada a sé stessa, e non è occupata a fare altro,
se non ridare salute a colui che la ferisce e la tormenta d’Amore.

29
La sua ferita si apre e diventa grave sempre di più,
quanto più l’altra si restringe e si chiude.
Il giovane guarisce: lei va perdendo le proprie forze
a causa di una nuova febbre, ora fredda gelata ed ora calda.
Di giorno in giorno rifiorisce in lui la bellezza:
la povera ragazza si consuma lentamente, così come uno strato
di neve caduta fuori stagione è solita consumarsi,
quando viene scoperta dal sole in un luogo aperto.

30
Se non vuole morire di desiderio, è necessario
che, senza esitare oltre, inizi ad aiutare sé stessa:
e crede quindi bene che quello che essa desidera ardentemente,
non si debba aspettare che altri al invitino ad ottenere.
Pertanto, rotto ogni freno della propria vergogna,
mostrò una lingua non meno audace, coraggiosa, dei propri occhi:
e chiese quindi misericordia per quel colpo ricevuto in cuore,
che, forse non rendendosene conto, lui le aveva inflitto.

31
Oh conte Orlando, oh Sacripante,
il vostro illustre valore, ditemi, a cosa può giovare?
Ditemi in che misura sia apprezzato il vostro sublime onore,
o che riconoscenza ottenga la vostra servitù d’amore.
Fatemi l’esempio anche di un solo gesto di cortesia
che mai Angelica vi abbia fatto dono, o del passato o recente,
come ricompensa, premio o per acquisizione di merito
per tutto quello che per amore di lei avete sofferto.

32
Oh, se potessi ritornare invita oh re Agricane, morto per l’amore di lei,
quanto ti sembrerebbe duro il destino!
che già ti manifestò tanto disprezzo nei tuoi confronti
con crudeli ed inumani gesti di avversione.
Oppure Ferraù, o mille alri dei quali non scrivo,
che avete dato mille dimostrazioni del vostro valore
per questa donna ingrata, quanto duro vi sarebbe
se la vedeste ora tra le braccia di costui!

33
Angelica la propria verginità da Medoro
lasciò che venisse colta, mai prima di allora toccata:
nessuna persona fu infatti mai tanto fortunata,
da poter mettere piede in quel giardino.
Per coprire, per rendere legittima la cosa,
venne celebrato con santo cerimoniale
il loro matrimonio, che ebbe il Dio Amore come testimone dello sposo,
e la moglie del pastore a testimone della sposa.

34
Le nozze fuorono celebrato sotte l’umile tetto della dimora del pastore,
furono le più fastose che si sarebbero potutote svolgere;
e per più di un mese stettero piacevolemente
i due tranquilli amanti a svagarsi.
Non riusciva a vedere null’altro che il giovanotto
la donna, e non poteva mai sentirsi sazia di lui;
né, per quanto pendesse sempre dal suo collo,
sentiva sazio il desiderio che provava nei suoi confronti.

35
Se stava al coperto o se usciva fuori casa,
aveva sempre, giorno e notte, il bel giovane accanto a sé:
dal mattino alla sera, ora questa ed ora quella riva del fiume
andava percorrendo a passeggio, o altrimenti qualche prato verde:
a mezzogiorno trovavano riparo in una grotta,
forse non meno comoda e gradita di quella
che ebbero, per evitare un temporale, Enea e Didone
a fedele testimone dei loro segreti.

36
Tra tanti piaceri, ovunque un dritto arbusto
vedesse fare ombra ad una fonte od a un limpido ruscello,
vi conficcava subito uno spillone od un coltello;
allo stesso modo agiva se trovava qualche roccia poco dura:
e vi erano scritti all’aperto in mille diversi luoghi,
ed anche sul muro di casa in altrettanti luoghi ,
i nomi di Angelica e Medoro, in diversi modi
intrecciati tra di loro.

37
Dopo che le sembrò di avere soggiornato
in quel luogo a sufficienza, decise
di fare ritorno in India nella regione del Catai,
e di incoronare quindi Medoro re del suo bel regno.
Portava al braccio un cerchio d’oro, adornato
da gemme preziose, a testimonianza e simbolo
del bene che il conte Orlando provava nei suoi confronti;
e l’aveva al braccio da molto tempo.

38
Quel cerchio d’oro fu donato da Morgana, innamorata, a Ziliante,
quando lo tenne nascosto sul fondo del lago;
e Ziliante, dopo che dal padre Monodante
poté tornare grazie all’opera ed al grande valore di Orlando,
lo diede poi ad Orlando stesso: il paladino innamorato,
tollerò di portare al braccio il cerchio, così poco virile,
avendo deciso di portarlo in dono
alla sua regina, Angelica, della quale vi sto ora raccontando.

39
Non per amore nei confronti del paladino, piuttosto
perché era un ornamento prezioso e di ottima fattura,
la donna l’aveva tanto caro,
che di più non si potrebbe avere caro un oggetto di valore.
Lo conservò con sé quando era sull’isola di Ebuba,
non so come riuscì ad ottennere un tale privilegio,
là dove venne esposta, completamente nuda, al mostro marino
da parte della gente crudele e inospitale che abita l’isola.

40
Ora, non disponendo di altra ricompensa
da poter dare al buon pastore ed alla sua moglie,
che li avevano serviti con così grande devozione
dal giorno in cui entrarono nella loro dimora,
si levò dal braccio il cerchio e lo diede loro,
e vollè che lo tenessero come segno del suo amore.
Quindi, iniziarono a risalire la montagna, i Pirenei,
che divide la Francia dalla Spagna.

41
Dentro Valencia o dentro Barcellona
aveva pensato di fermarsi per qualche giorno,
finché non fosse capitata qualche buona nave
che si fosse apprestata a salpare verso l’Asia.
Videro apparire il mare in prossimità di Gerona,
mentre scendevano dalle dorsali montuose;
e costeggiando alla loro sinistra il litorale,
lungo la via più battuta giunsero a Barcellona.

42
Ma non vi giunsero in tempo per evitare di incontrare un uomo folle
che giaceva sulla battigia, sul limite della spiaggia,
e che, come fosse un porco, di fango e di acqua
era completamente sporco in volto, petto e schiena.
Costui sì lanciò  con violenza contro di loro così come un cagnaccio
subito va ad assalire uno straniero;
e diede loro noia e fu sul punto di recare loro danno.
Ma torno ora a raccontarvi nuovamente di Marfisa.